Bùm, bùm, bùm

3 09 2008

Equilibrio
è quello che vorrei trovare
quando incrocerò di nuovo i tuoi occhi
per poi scoprirlo e scoprirmi
precario
su di un pontre traballante
sospeso tra le barricate di un canyon
antico baldacchino
di un cristallino fiume venerato
per l’acqua che dava alla tribù
e permetteva agli uomini di ritorno
poter donare fiori di campo
alle loro donne abbellite
nei colori sfumati
in profumo di Kylia
ed un ragazzo già sentì i miei passi
poggiando l’orecchio sul cuore dell’amata
bùm, bùm, bùm
il suo battito
i miei piedi che toccano le aste di legno
legate da fili di cui mi fido
senza curarmi dell’avventatezza
con cui muovo il mio corpo sui miei pensieri
mentre spalancate le braccia
mi tengo in piedi
lasciando scorrere le corde tra le mani
matasse dei tuoi forti capelli
e procedo senza timore
bùm, bùm, bùm
il vento soffia a raffiche
sotto c’è lo schianto
ma è un’altalena divertente
è il rumore dei miei passi verso te
è il suono di un’amore antico
consumato in una capanna sotto luna piena
è lo scoppiettìo del legno
che brucia al centro della mia riserva
e mi separa dallo sciamano di fronte
che fuma dal narghilè
alza gli occhi e mi fa percepire
bùm, bùm, bùm
il battito sincronizzato
di un nostro futuro momento
d’armonia in bilico
come un dondolo che imita l’andirivieni del mare
sulla coda di ghiacchio dello scorpione
e quando punge la punta delle dita
ciò che fuoriesce
è goccia di sangue di Viracocha
intriso di palpitazione già ascoltata
bùm, bùm, bùm
è il suo fremito ed è speranza
il picconare della cuspide sulla diga
a che straripino gli argini
ed il rio ritorni dio
cui affidare le preghiere
e la mia anima in fasce
perché arrivi tra le tue braccia
e poi sia bùm, bùm, bùm
per te
e ancora bùm, bùm, bùm
per me
e infine bùm, bùm, bùm
per noi
finalmente così vicini
da poterci toccare





Lacrime di San Lorenzo

31 08 2008

Le lacrime di San Lorenzo
solcano il viso di questa notte
lontana dalle luci
e scivolando sulle guance
delle nuvole più buie
accarezzano i desideri
quando cadono dagli occhi
ed agli occhi scompaiono
per innalzare il mare
ed io nelle tenebre
non ho preghiere per il pianto
d’un sognatore stanco
che l’alba non sveglierà
per rivelarsi ciel celeste
di stelle cadenti già sommerse





Imbrunendo

28 08 2008

Sole basso
Oltre le case

Tra le nubi più in su
filtrano i raggi
stendendo veli di luce
sul cielo imbrunito,
rivoltando
le nostre lenzuola
già strappate via.

E siamo solo istanti
distanti,
avvolti dalla foschia luminosa
dei nostri giorni affannosi,
in spettri stretti
oltre le case
quando il sole cala
e la tua immagine
sorge,
tra veli abbandonati
sulle nuvole
del buio che s’appressa.





Fleu

29 04 2008

Se sapessi scrivere
non sarebbe così orribile
intrappolare i pensieri sopra un foglio

Se riuscissi solamente a soffermarli
a mo’ di polline nell’aria
sarebbe una cosa sublime

E questa fragile carta
non sarebbe una prigione
dove le parole stanno così strette
tra i righi come sbarre

Sarebbero libere di danzare
oltre i margini come note
musicate dall’aurora
ed il nero su bianco
non perderebbe i colori
cui attingo come un pittore
col pennello alla spuma del mare

Invece alla fine è solo inchiostro
con un senso di fame divorante
che consuma queste pagine
alla ricerca del labile confine
che a volte il futuro permette d’oltrepassare
tra una cella che mi fa gridare libertà
e la libertà che ferma il tempo

nel sublime incanto di una rara risonanza
tra i pensieri di chi scrive
ed i cuori di chi legge
arrivando alla fine dei segni
come di fronte ad un tramonto

in cui si spengono le parole
e quel che resta è un sottile amore
dall’alba al crepuscolo consumato
lungo i sensi affiorato
e in fondo all’anima sedimentato

[Ma non sono un poeta
e posso solo provare
a spiegare la differenza
tra intrappolare e soffermare
i pensieri sopra un foglio
nascondendo dentro quella
che fa vibrare i corpi
tra l'orribile e il sublime]





Il soffione e la coccinella

14 04 2008

Lande desolate
poche roche stelle
e cielo a pecorelle

dentro cui galleggia la luna
tra la schiuma delle nuvole
e le onde del vento

che la nascondono e la spogliano
come una geisha all’ospite
di una casa di fantasmi
e pugnali volanti

attraversano confusa mente
il torace e la gola
le braccia e le gambe
un ciondolo sullo sterno

butto tutto dietro le spalle
facendo correre un brivido

lungo la schiena
lungo una vita
lungo una vita passata
una vita sognata

mi volto
lontano dal tuo volto
lascio le lacrime al cielo
la sconfitta al buio

sorrido ad un lampo
e poi inaspettato boato
dentro qualcosa è cambiato

forse sono solo
un soffione
trascinato dal vento
sotto il mio cappello
ed una coccinella
avvinghiata all’esile stelo
come amante ostinata

che profumano di primavera
e di una passione vera

ci sarà il sole
e ci saranno campi di grano
su queste lande desolate

la volta celeste sarà dominata
nella notte da Selene
liberata dalla schiuma
carezzata da Eolo
ingioiellata da costellazioni in coro

e le lame trasparenti
muteranno in vaporose piume
lascive in invisibili tocchi

cui il mio corpo ignudo
non potrà negare
di mostrare i brividi

lunghi una vita
una vita graffiata
e poi baciata
la vita che verrà

con la nuova stagione
che profuma di un soffione
ombrello di una coccinella
e desiderio di amore
tra lenzuola sincere

lontano dal tuo volto
ormai già ricordo dissolto





Sul far della sera…

26 03 2008

Steso sul margine del fiume
vedo sotto i piedi pietre nuove
per il loro somigliare a piume
ne scaglio una ed una barca si muove

mollati gli ormeggi
vele al lieve vento
lontana dalle leggi
e trascinata a stento

lenta striscia il mare
verso un’altra riva
un porto ove attraccare
poche risorse nella stiva

ma i nodi danno intoppi
sono pochi per navigare
mentre da scioglierne troppi
e l’aria è sempre meno salutare

in un caso è stagnante
nell’altro è mancante

E’ il tramonto
issata l’àncora

Una lacrima lungo il viso
la scia in breve si allunga
per un soffio improvviso
che sembra valanga

sovrasta ogni ponte
e la barca va veloce
scomparendo all’orizzonte
verso la sua foce

laddove i nodi sono miele
sciolti al sole nella mente
docili accolti dalle vele
e nessuna condizione più assente

tiro a scheggiare la superficie già turbata
tra le mani altre piume ed altri sassi
rimbalzano là dove la barca è già passata
poi vanno a fondo e riprendo i miei passi

in un caso è sognante
null’altro è importante

E’ il tramonto
per poco ancora





C’era una volta…

22 03 2008

Un bambino lontano
dal mondo di tutti
suonava uno xilofono
lungo come l’ala di un pellicano
dai tasti tutti colorati
in sfumature dal caldo al freddo

e senza alcun maestro
imparò a suonare i colori

lontano dal mondo di tutti
dove la gente è solita separare
i sensi tra loro
ed il senso dal cuore

e quando da grande
sperimentate le persone là fuori
e lo strano lor fare normale

combattendo la solitudine
diventò pittore

tra i suoi quadri

che alcuni guardavano
pochi apprezzavano
e solo un candido albatross
dall’apertura alare immensa
come lo strumento dei suoi sogni
ascoltava

nascondeva

le melodie della sua infanzia
trascorsa osservando
il mondo lontano scorrere

tra gli arcobaleni sulla rugiada
le notti alla luce della candela
i giorni di pioggia
in scale di grigio
come la sua solitudine
la canzone della luna piena
e del sole che sussegue

tutte melodie celate
giacché nessuno era in grado di leggere
il suono di quei colori
impressi sulla tela
come colpi di xilofono

di un bambino solitario
amico sol della cornice dei suoi giorni
lontani e lontano
sorretti dal braccio tremante
di un vecchio ormai già andato





Scrivo

22 03 2008

Scrivo per ricucire i pezzi del mio cuore

fatto a brandelli,

m’illudo di appassire sulla carta questo dolore

e trasformarlo in orpelli,

Come panni stesi fuori ad asciugare

senza fretta,

disinfettati dall’acqua di un torbido mare,

so che il tempo non aspetta

E così scrivo delle mie fitte nell’anima

al sole,

senza dar loro nome ché resti anonima

e profumi di viole

Stanco di arare e seminare per gli altri i campi

non più miei

perdere il raccolto per un singhiozzo di rombi e lampi

perché adoro falsi dei

Allora scrivo per ricordare
e scrivo per dimenticare

un sogno che sentivo così vicino
volato via prima dell’alba al mattino
Lascio qui ad essiccare questi pensieri
inzuppati dai temporali di tanti ieri

bagnati di latte e sangue e pianti
come se un solo spartito avesse più canti

Scrivo perché per quanto vergognosamente unto
questa penna vacillante tra le mani
mi volge il vizzo sguardo al domani
ed oggi mi da la forza di un punto,
di questo punto.




Margherita

16 03 2008
…Il tramonto guida i nostri passi
La brezza dal mare
accarezza le mie orecchie
di spume che s’infrangono
Seduto su un muretto ti guardo
I natanti alle mie spalle
ciondolano ancorati al fondo
come le mie sensazioni attorno ad un fuoco
Pizzica sorrisi la tua voce
Odore di erba
Un ciuffo copre un occhio
e mi tuffo nell’altro di giada
Una sigaretta tra dolci labbra
accende pulsioni sincere
e senz’affanno le mani s’intrecciano
Cala la notte e brillano le stelle
Fermi ad ammirarle
Fermi per non separarcene
ed inalare ancora aria pura
Soffia il cielo limpido
e sul collo inumidito dissemina brividi
Profumo di margherita
diventa per me ossigeno
e respiro profondo
Libero e libro
finché non finiscono i petali…

[...tutto qui cade incantevole...]




Banale storiella d’ordinaria follia

8 03 2008

La storia di Julian, il biondo dallo sguardo profondo che abitava giù alla città vecchia, è una banale storiella comune di ordinaria follia.
La prima fu quella di innamorarsi di un sorriso.
Era la cosa più bella che avesse mai visto, lo riempiva magicamente ogni volta di felicità.
Avrebbe fatto di tutto per quel sorriso, e molte ne fece, rinunciando, sacrificando, combattendo, pur di tenerlo vicino a sé.
Lo conquistò, e lo cerco ancora. E ancora. E ancora. Ma non funzionava. Le cose tra lui e Lara si misero male, per le tante incomprensioni spesso solo frutto di ansie gestite male. Ma l’ansia genera brutti scherzi. O forse cadde come una coperta di plaid gialla, che scivola dai corpi di due amanti a terra per infagarsi di falsità, e lasciare il freddo tremare le membra, i brividi cambiare alfabeto sulla pelle, ed un messaggio nuovo permea le ossa, si fa strada fino alla punta della lingua, rimane lì sospeso mentre lui si perdeva nella luce di quel sorriso sincero. E così, lei freddamente lo lasciò, di punto in bianco una sera d’inizio estate, e lui, nonostante i disperati ed indegni tentativi di farla ricredere, a cui lei non cedette minimamente, non la rivide mai più.
Julian passò un anno a tormentarsi. Era inspiegabile. Lui per gli altri, gli altri per lui.
Passavano i giorni e lui restava chiuso lì in camera, a leggere e a studiare (in rigoroso ordine di importanza per tempo dedicato), e le sue uniche uscite erano ordinate per suonare il suo fidato basso in saletta con meno fidati amici. Cambiava persino la sua fisionomia, la sua postura, il suo atteggiamento. Trascurato, spalle in dentro, occhi lucidi, sorriso spento, sommesso e insicuro. E nel gioco della rassegnazione, scattò la molla di una strana reazione.
Dopo mesi in cui sembrava inavvicinabile per tutti, iniziò a rifrequentare la piazza della città nuova. Non fu difficile per lui risocializzare, e si sentiva a suo agio tra vecchie e nuove conoscenze. Tra queste ve n’erano di ragazze interessanti… ma nessuna aveva quel sorriso.
Lo cercò sulle labbra di Alba camminando sui tappeti di foglie secche che s’arricchivano al loro passaggio controvento, lo cercò nei pupazzi di neve che abilmente creava Marylou, lo cercò sotto gli occhi e tra le guance tirate in su di Sara coi fiori in mano… e nel cercarlo non fece che altro male a se stesso, e nuovo male ai sorrisi innocenti trasfigurati, e più sinceri di lui, quando le foglie diventavano polvere, e le rondini scioglievano il sorriso fatto di fiocchi, e l’afa incalzante appassiva i fiori…
All’inizio di quella nuova estate, si ritrovava ad arricchire i suoi ricordi, ad annotare i suoi nuovi sbagli, fin quando la sua vista non cadde su quei semi di papaveri coi quali avrebbe voluto adornare il balconcino della loro casa, a scavare tra i ricordi. E dallo sguardo al futuro, la meditazione del presente condusse alla nostalgia del passato. Sfogliando le foto ormai dimenticate, come rappresentazioni di qualcosa che non c’è più e per tanto scompaiono nella mente per sedimentarsi nel cuore, vide la sua preferita: quel sorriso migliore che le avesse mai strappato, in cui lei era felice, e perciò lui ancor di più.
S’illuse che fosse il suo sorriso più bello di sempre, che nessun altro sarebbe riuscito mai a farla sorridere così.
Incorniciò la foto e la appese nel cassetto. Quello era il suo intento, quando inchiodò il quadretto al poco spesso asse di legno che faceva da base a quel cassetto, parete della casa dei suoi ricordi migliori, dei suoi amori impossibili che continuavano chiusi nell’altra vita, quella dei gatti.
Fu la sua ultima follia. Collezionare spicchi di felicità illusorie per non cadere in una felicità illusoria, la follia di Julian, il biondo dallo sguardo profondo perso tra i ritagli della sua anima.





Oniricamente

5 03 2008

Doppio
Vorrei affrettare il passo
Per lasciarmi indietro
E voltarmi come Orfeo
Sì da condannarmi agli Inferi
E non sentire più
Le lacrime di Euridice
Cadere come pioggia soffice
Le cui gocce si appoggiano alla riva
Vellutate si aprono lentamente
Rendendo il terriccio una nuvola
Da cui cado
Senza urlare
Cado
Diritto in Acheronte
Che scorre tra banchine di vapore
Sbattuto mi guardo immobile
Euridice resta là
Per sempre vi resterà
In quell’Oltretomba
Reso candida nuvola
Dalle sue docili lacrime
Versate senza urlare
Mentre Orfeo cade
E la guardo
Nei suoi occhi
Specchi e spettri
Trascinato dai vortici
Di quel fiume di parole
Discriminanti
L’ormai bianco Ade
E la città dormiente
Al domani venturo
Addio Euridice!
Vorrei affrettare il passo
Persino del Tempo
Invece cado
E mi sveglierò tardi
Stanco di tirarlo per i piedi
Col vago ricordo
D’aver fatto un sogno
Ormai già solo ombra
Sedimentato sul fondo della foce
Il suo nome
E dinanzi alla tazzina di caffè
Mediterò sul mio





La muta

3 03 2008

Nuvole di Fantozzi e piogge acide
Cadute sulla mia carne nuda
Come i serpenti ho fatto la muta
Ed ora le mie squame sono gravide

Partoriscono nuova ma già insensibile pelle
A coprire organi e fibre e nervi
Che voglion smetter d’esser servi
Per sentirsi scorrere dalle stelle

Tengo i miei pensieri attaccati ad uno spago
Come il vecchio alle giostre tiene i palloncini
Li tiro giù con le mani per sentirli più vicini
Prima di venderli a quel tramonto sul lago

Perché la felicità non si può comprare
Ed anche se poi dovrò lasciarli volare

E la mia vecchia mente svanirà
E l’erede succederà

E’ un ricordo in più di palloncini che si librano
E di squame sciolte, putride e gravide che cadono

E la mia nuova mente poi sarà
E l’erede succederà




Giardino pensile…

26 02 2008

E’ forse l’alacre odore di vernice che stagna e risale, tra il tepore del sole e la crudezza dei suoi veli grigi, di cui ora si libera ed ora ne rimane avvinghiato.
Sono” dice la luce, “vita” dice il calore, “sotto!” gridano i cumuli di cirri, e nella battaglia tra le lenzuola celesti, ciò che rimane all’uomo che suona la tromba per la stella, è l’odore del sesso, di vernice che stagna e risale.
Ed è forse per quest’odore, che uno squarcio di muro -protetto da nastri biancorossi, sigilli morali, trincea di sentinelle in vasi di terracotta- apre spazio alla visione di un giardino babilonese, pensile sulla città che sotto brulica di rumori, -un rumore che si perde giù nei meandri di chi non ascolta, -come se tutti i suoni cadessero in basso, -e non seguono le onde della loro natura, ma scaturiscono dalle loro fonti come cascate, bagnando la terra, -eppur qui i passi non affondano, ma saldi al cemento sostengono le ginocchia ferme, scrittoio su cui poggia un poco fedele moleskine, -e perdo parole come un rubinetto singhiozzante; -e la grafite si consuma nell’amore per la carta, mentre la sua anima mi scivola lungo la schiena poggiata alla parete sporca d’intonaco e ne rimane tracciata, e mi sgorga dalle dita logorandone il corpo, -e la punta si fa sempre più tozza ed il tratto doppio, ma meno marcato.
Basta un gradino per stare più in alto di tutti, e non sentire più le voci di nessuno, -se non quelle degli uccelli pionieri, che portandosi più in su delle nubi, le dissolvono col loro canto che cade su di esse, -a cascata, come tutti i suoni al di là di quello squarcio nel muro protetto da sigilli e sentinelle assopite da quell’odore di sesso, orsù, di vernice. L’allegro cinguettìo alla speranza della ventura primavera risolve la battaglia, nudo il sole!, è luce, è calore.
Ed ora sembra che mi chiami a lui, che la matita si sciolga, e permea i fogli della sua futile essenza, il fluido antracite segue i righi come solchi di lacrime simmetriche lungo le guance di una bella donna dai capelli sciolti sul viso, si uniscono sotto il mento, nella rilegatura di quest’agenda, mi cade addosso e ritorna in me, -perché in questo luogo sacro le parole cadono, cadono tutte, cadono sempre, non le puoi salvare in alcun modo, neanche scrivendole, -inesorabilmente divengono nulla come le preghiere di un cane che piovano ossi, come le verità inascoltate, come le frasi mai pronunciate, e quelle taciute, e quelle interrotte, -come le parole che cadono dai giardini di Babilonia, come quelle che chiudono le pagine di questo diario, ormai diventate lacrime rientrate.
Sono qualcosa solo per me.





L’acero di Dio

21 02 2008

Il prato lucente risplendeva della rugiada mattutina come uno smeraldo incastonato sullo scudo della terra, accarezzato dal libeccio che ne seccava l’essenza senza dare all’aria alcun senso di pesantezza, come se le gocce d’acqua evaporassero nel nulla dopo aver viaggiato in un’altra dimensione, che trovava la sua porta nell’amore del sole con l’erba umida, un giorno in cui l’amante sincero si donava alla donna eccitata dall’attesa di una notte ocra.

Valery galleggiava su quell’alcova vezzeggiante col fare di un voyeur che godeva alla vista di un dolce amplesso. Ma, quasi per non farsi vedere, e sentire, se ne stava lì, immobile, con lo sguardo verso il cielo e le montagne che al tramonto avrebbero steso i veli delle ombre sugli ultimi abbracci stanchi e malinconici di quegli innamorati destinati a separarsi per un po’, un po’ che ai capricci delle correnti può diventare tanto, ma non per la stella e quel suo privilegiato squarcio d’Eden, ma per quel voyeur, corpo estraneo eppure protagonista del senso stesso di quell’amore nascosto a chi non ha occhi per vivere. I suoi occhi. Vivificavano ogni cosa. Le immagini entravano in lei ed iniziavano a pulsare nelle vene, e vedeva il cielo ed il suo sangue diventava azzurro, e nelle nuvole minacciose trasformava il suo volto di bambina offesa dalle amiche per le battute cattive sulla sua bambola preferita, l’unica amica sincera che avesse avuto e muta, muta come le sue lacrime, come quella pioggia che stava per interrompere bruscamente quell’intreccio di muta passione.

Ma lei ormai si vedeva e quando furono le nuvole anziché la notte ad allontanare lui, il sole, da lei, l’erba, la violenza che ne scaturì rappresentò nella sua mente ciò che già era stato, quando le lacrime della bimba le si riversarono addosso, lungo le guance, sul petto, le gambe, e tutto era immobile come allora. E l’erba mortificata ora sembrava cercare il conforto in lei; e lei, mortificata, restava a bagnarsi e a sporcarsi di terra, ad affondare leggermente, per poi di scatto alzarsi, lasciando alla pioggia quel pezzetto di suolo protetto, alle lacrime l’ultimo lembo di pelle rimasto.

S’incamminò verso l’auto parcheggiata sul ciglio della strada più in su, tirandosi il cappotto sulla testa, affrettando il passo man mano che lei, bambina, s’arrabbiava di più, spinse sulle chiavi il pulsante d’apertura più d’una volta e frettolosamente s’infilò nell’abitacolo, lasciando la coda del cappotto intrappolato nella portiera. Se ne accorse subito, riaprì lo sportello con la mano sinistra, con quella destra tirò dentro la sua coda, e ancora con la sinistra chiuse violentemente la porta ad ogni turbamento. Ma in realtà s’era portata dentro un turbamento maggiore.

Alla stoffa della sua corazza dall’intemperie, s’era attaccata una foglia secca caduta dall’acero che s’ergeva di fronte al suo rifugio, prima cullata e poi maltrattata, una foglia d’acero, la raccolse tra le mani con quegli occhi divini inteneriti, come si trattasse di un cucciolo fragile e solo. Era commossa. Quando alzò lo sguardo fuori, lo fu ancora di più, e forse se non scoppiò in un pianto fu proprio perché stava già piovendo. Il parabrezza era tappezzato di foglie. Erano un segno del destino, pensò, foglie d’acero delle stesse forme e colori di quelle che decoravano un suo vecchio album di foto, che intrappolavano nell’immortalità di un’immagine rubata allo scorrere del tempo dei ricordi che con i suoi occhi non riusciva a vivificare, un’immortalità inutile perché sommersa, ed ecco che risorgeva dal dimenticatoio attraverso un suicidio collettivo di foglie, uno strano piano realizzato con la complicità del vento e delle sue lacrime da bambina.

Ma le foto, e i momenti, e i punti interrogativi e quelli esclamativi che le commentavano, non avevano più alcuna importanza, un lampo accecò la sua vista, che si riprese al trionfo del tuono che ne seguì, e Valery sentì d’essere una foto di Dio, racchiusa in una copertina di foglie d’acero che prima le faceva tanto male per l’ignota se stessa che sarebbe uscita, e che adesso era in grado di schiudere, perché nella fretta del destino un angelo caduto dal cielo squarciato l’aveva prostrata verso l’immensità di ciò che non si può immortalare, di qualcosa che si può conservare solo nel profondo del cuore, come la capacità di poter dare vita alle cose, di poter creare quel che non c’è, sognare quel che sarà, e lasciare i ricordi in un alveare fatto di bolle, bolle di sapone ch’esplodono prima d’inghiottire, che scoppiano lasciando alla bambina i sorrisi della sua bambola preferita, amica sincera, muta, come le sue lacrime, come le sue gioie, come il fulmine taciuto del tuono.





Dolci foglie odalische

16 02 2008

Tra cime fogliate d’un cespuglio, nella penombra danzanti come ragni in lotte e tregue e fughe, ad arrampicarsi sulle ringhiere, a nascondersi sotto il muretto, si perde il mio pensiero.
Tra ragnatele disegnate dalle scie delle fronde, e dei petali nell’etere, carte di pensieri non donati e cartacce sporche, e tutte le altre cose che il vento forte smuove, come un animo dalle radici fragili, rimangono intrappolate le mie azioni.
E tutto vola via, come la mia mente, lì nell’immagine che cambia, nei quadri che Eolo dipinge dietro la tela del visibile, eppur nulla stride con la retina… è uno, sono due, di più: migliaia, milioni, ed io sono lì, a volare in una gabbia ineffabile una, due, e poi ancora, tutte le volte che un istante segue armoniosamente l’altro, in un’attesa di effimera bellezza, che si consuma quando il cancelletto già aperto si spalanca, e la tua immagine irrompe una, due, migliaia, milioni di volte, e tante volte libera la mia mente che indolente plana sulle ali di cera regalate da un dio pagano -ed io Icaro, e tu il Sole che scioglie, ed un povero viale l’oceano, nel quale cado, senza dolore, senza affogare, nuoto tra flutti senza trovare un’isola, un faro, una riva, una boa, ma questo e quello, e tutt’insieme, lontano, nel cielo ch’assume le sfumature degli schizzi di un tuffo in colori assopiti.
E penso che il vino ha di divino il potere di render divino il pagano; e tu di coprire, con la tua giacca lunga e la sciarpa che agita nell’aria i suoi ultimi fili colorati, il divino col sublime, il sublime di due occhi nei quali danzano le luci e le ombre della mia fantasia, di un profumo che diventa brezza ed ossigeno, di un passo che nel crescente tonfo d’avvicinarsi cela una dolce sinfonia per la mia anima in vena d’acuti, di capelli che si confondono con la tela di una tarantola e la seta di una mille ed una notte fa, di una pelle che si spiana sotto le mie dita come s’adagia il lago alle piume dei cigni; ed il sapore di vino ancora mi contorna il palato e trema nelle mani quando tutto attorno scompare e riappare al battito delle mie palpebre una, due, e più volte, fin quando il cammino finisce, e noi iniziamo.
E tutto ritorna maledettamente pagano, sospeso tra le labbra, nelle lingue che s’intrecciano per non lasciare spazio alle parole, vere o false ma piene, che distruggono la fragile bellezza di un vuoto riempito, e corpi che si negano per promesse negate…
E guardiamo la volta celeste violentemente insicura sulle nostre teste, sbattuti come spighe che invidiano e reclamano le stelle lontane, una notte serena, un bacio al chiaro di luna, un domani col sole meno avaro, ed il vino meno amaro.

[...esili fuscelli per pennelli ..
...come stelo di vino accarezzato dalla danza delle foglie...
...ho fissato momenti e poi chissà...
...il vento cosa e dove mi porterà...
...bramando come tutti la felicità...
...e solo Bacco forse sa...
...se quest'intanto fa rima con quella parola là...]